Storico e critico d’arte

LE ANATOMIE DI PETTINICCHIO

1975

La crisi dell’arte moderna ha un termine di confronto basilare: la considerazione del corpo umano. in un saggio del 1971 su Hans Bellmer, Patrick Waldberg racconta, da una novella di Alfonso Allais, la storia di un pascià che moriva di noia. Gli portano una vergine deliziosa ma la noia non stacca. Il pascià si fa spogliare dagli eunuchi la verginella ma niente da fare neanche con la nudità completa.”spogliatela ancora”, dice il pascià. E le guardie la scorticarono. A quel punto il pascià ritornò un uomo.
De fabula docet, si potrebbe dire a molti artisti contemporanei……Non è soltanto questione di stanchezze sessuali. Il problema è più largo e ci domandiamo se non siano gli uomini più distanti da quella visione della primavera eterna che si versava sulle forme virili dell’Apollo del Belvedere nella limpida estasi del Winckelmann. Ogni classicismo sembra ormai caduto, ma con esso anche l’uomo nella sua integrità ideale. Il dentro ha distrutto il fuori, le viscere hanno preso il posto degli arti, il fuoco interno ha bruciato il corpo e, togliendo a noi il bene della contemplazione, ci ha lasciato soltanto le ceneri dell’anima.Se questo conflitto tra angoscia e ragione estetica riguarda tutte le arti, nel campo della pittura e della scultura si addensa sulla fisicità stessa del corpo umano. L’architetto può mutare il suo linguaggio quanto vuole, può costruire alveari umani piuttosto che città giardino, ma sempre un’abitazione dovrà erigere, qualcosa che sia più o meno funzionale all’uomo in società. Il pittore e lo scultore no, essi godono della libertà di spaesare la visione oggettiva in qualsiasi luogo e tempo e questa libertà sembra l’unica conquista dell’oggi, terribile, spesso amara, conquista. Umberto Pettinicchio vive e opera nella dimensione di questa conquista. La sua pittura non ci racconta nè la natura nè degli uomini oggettivamente intesi. In protesta contro le false ingenuità di un’epoca che è tutto fuorchè ingenua, Pettinicchio si pone in un contesto che rifiuta la soluzione estetica come unificante dei rapporti tra l’uomo e il mondo. Per il modo come Pettinicchio traduce nel segno le immagini che contraddicono la banale oggettività della visione e per l’intensità con cui rifiuta il facile accostamento cromatico, pacificatore estetico della tensione dei contenuti, l’artista ci immette in un’immediatezza di comunicazione che lo fa distinguere tra tutta la serie di pittori che formalmente gli si apparentano ma che restano in una vaghezza dalla quale il Pettinicchio è decisamente alieno. Immediatezza ma non facilità di comunicazione. Se non si è capaci di intendere la suggestione che ci viene da queste dense opere di Pettinicchio, così diverse da tutta la pittura che cala a noi dall’Ottocento, la comunicazione non è facile…. Esiste tutto un settore dell’arte
moderna che, per non essere facilmente comprensibile, trasporta il critico nella concettosità di un linguaggio che diventa ancor meno comprensibile della pittura stessa oppure lo costringe all’analisi puramente formalista. Si tratta invece di capire, aldilà del verisimile delle forme, qual è il contenuto interno che le anima.
L’operazione culturale mossa da Pettinicchio è sulla figura umana, la medesima che i dadaisti compiono sull’oggetto: distorcendo l’oggetto d’uso in un museo, l’oggetto perde le sue caratteristiche abituali e si carica di significato diverso da quello che gli conosciamo, per cui è razionalmente noto. Così è per il corpo umano in Pettinicchio: mescolando i suoi arti anatomici ( per esempio le ossa dello scheletro rimpolpato da lacerti di carne ) con parte della fisicità esterna del soggetto umano Pettinicchio offre alla nostra fruizione un personaggio complesso e ambiguo, l’esterno-interno di una figura, qualcosa che prende un significato diverso da ciò che noi siamo portati normalmente a dargli. Per la via diritta Pettinicchio ha abbreviato tutto il lavoro che la psicologia della rappresentazione opera attraverso continue e non sempre sicure mediazioni. In modo più o meno riconoscibile, le opere di Pettinicchio ci danno questo suggerimento dell’interno-esterno della figura umana con l’animus che dicevo in principio e con il procedimento poetico ora descritto. Siamo agli antipodi dell’oggettività ottocentesca e delle istanze figurative del nostro tempo.
Ma allora perchè Pettinicchio, date per certe le sue qualità eccellenti di pittore, può interessarci? L’artista sincero oggi non lotta soltanto per nuovi contenuti della storia umana ma anche contro la mistificazione dei vecchi contenuti, prima di tutto di quelli antropomorfici. Qualcosa di simile è avvenuto per la storia civile: oggi non basta più lottare come una volta per l’indipendenza di una nazione, si lotta per l’affrancamento di una classe – e insieme per quella di tutta l’umanità – dall’ingiustizia e dal dolore che sembrava una inevitabile, eterna condanna. Quando ci si avvicina oggi alla figura umana si avverte qualcosa che sta intorno all’immagine e che ci nasconde l’oggettiva presenza dell’immagine stessa. E’ questo qualcosa che hanno ben sentito maestri indubbi della figurazione umana, Alberto Giacometti per esempio o, per parlare di non figurativi più vicini a Pettinicchio, Bepi Romagnoni.
I ‘grandi principi’, quelli ai quali noi crediamo, sono una mescolanza di santità e di menzogna. Quale principio più alto di quello evangelico, ma quante nefandezze sono state compiute col crocifisso in mano! In arte, le giovani generazioni è un pezzo che si sentono tradite dallo ‘sguardo’, dalla visibilità. Non si fidano dei grandi principi della figurazione, in questa ‘novelle vague’ del romanticismo. Cercano di seguire dall’interno la meccanica dell’operazione estetica, che una volta ( più di tutto dal classicismo ) veniva coperta come in un buon ristorante si copre accuratamente la cucina.
Per assurdo, la indecifrabilità figurativa corrisponde alla volontà di analisi della meccanica della figurazione, ricostruire l’analisi del reale si presenta come un fatto di irrealtà. E’ come nella vita, se si ricostruisce il procedimento per cui un fatto è avvenuto, sembra di toccare l’incredibile e l’impossibile. Come ciò ha potuto avvenire?! Vale per un delitto, l’eccezione, come per la banalità, una giornata normale. La ‘relazione’ tra noi e la realtà si condensa di una tensione inusitata; lo sventramento della figura e dell’ambiente, come si vede in Pettinicchio, corrisponde a una particolare psicosi della visione, tanto più intensa quanto più ben dipinta, con impasti felici e con strutture articolate che ci possono ricordare il Morlotti dell’immediato dopoguerra ma che, nell’atmosfera di oggi, si caricano di significati rivelatori e densi di una inedita drammaticità.