Giornalista e critico d’arte

FANTASMI DI FIGURE

1972

A quale inaudita combustione delle emozioni sono rivolte le immagini di queste tele?
A quali fantasmi di figure e di forme esse si sono accostate per trarne la luce aspra o sorda che le scandisce, per rinvenire i timbri e i toni dei loro colori?
Cézanne ha scritto una volta che i colori sono l’espressione della profondità delle cose giunta alla superficie, essi ‘salgono su dalle radici del mondo’. In qualche modo possiamo rispondere così a queste domande.
Pettinicchio scava infatti nella sostanza della propria pittura, si lega in ogni segno e gesto del pennello alle ragioni e ai dati del figurativo per subito travolgerne l’ordine intravvisto, per alimentare nel fuoco di una tensione interiore assorta e affilata un panorama cromatico di efficace valenza psicologica, che figurativo non è più e che tuttavia diviene figura: diviene trasparenza, ritmo, consistenza interiore della figura. Il legame con il mondo, con la fenomenologia dei sentimenti e con la concretezza degli avvenimenti, è per lui, appunto, interiore, teso a definirsi sull’impalcatura stessa del reale, sulle sue pieghe e spessori più sommersi, più gelosi, più profondi.
e i colori sono insieme la chiave di volta di questa ricerca e gli elementi di un espressionismo emotivo acceso e nervoso, in cui si riversano e s’impastano gli echi di passioni e dolori, di speranze e rivolte, di pacate quietudini e di febbrili ardori.
Il procedimento creativo di Pettinicchio non è dunque mediato da intendimenti letterari. Egli non nomina i sentimenti, non cerca i volti delle emozioni che gli affiorano sulla tela. Ad ogni pennellata egli mescola tutto se stesso, ed in ciò giunge a farsi interprete, avvertito di ogni nostra quotidiana cronaca emozionale, ricercatore e insieme testimone dei nostri climi e delle nostre atmosfere. La forza di queste sue immagini e la persuasività delle loro suggestioni traggono sostanza proprio da tale valenza d’espressione, indefinita eppure riconoscibilmente umana, vicina a tutti noi ed al nucleo più intimo della nostra sensibilità di uomini e donne d’oggi.
L’umano sentire e l’umano provare” – come scriveva Renato Birolli nei suoi ‘Taccuini’ – è la sponda dalla quale queste immagini e questi colori fluiscono in lente aggregazioni e dissociazioni, e verso cui tornano a sedimentare, a sovrapporsi, a rivelarsi nell’opera. Risalendo alla superficie della coscienza – appunto – su dalle radici del mondo.