Giornalista e critico d’arte

IL CONCETTO DI INTERVENTO SULLA REALTA’

1972

Che il concetto di intervento sulla realtà sia alla base della ricerca pittorica di Umberto Pettinicchio ci pare componente linguistica abbastanza evidente..
Un concetto di intervento che all’analisi attorno ai significati attributivi dell’opera somma una metodologia che tende ad imprimere un vitalismo d’azione proprio a quei significati. Ne consegue quella sensazione di accanimento impietoso attorno all’immagine, quel modo di portare il racconto tutto in primo piano, scandito nell’evidenza dei tempi e nell’approfondimento delle ragioni stesse del fare, Il risultato è un linguaggio niente affatto facile, talvolta burrascoso, in bilico tra il romanticismo d’origine e i residui di una cultura che all’espressionismo paga tutti i tributi. A monte c’è l’amore per la pittura (nel senso artigianale del termine), per la pagina narrativa ricca di annotazioni pronte a suggerire soluzioni formali ambigue nelle possibilità di lettura ( nel senso letterario del termine); e le implicazioni linguistiche non possono ignorare le radici di un siffatto discorso: non fosse altro per i chiari riferimenti a Birolli ed al suo concetto di moralità. Una situazione culturale, cioè, che non rinnega le derivazioni e che, al limite, potrebbe apparire in ritardo se riferita, appunto, alla collocabilità storica d’origine. Eppure un simile discorso rimane, a suo modo, interessante per due ragioni : l’impegno d’analisi riferito alla condizione esistenziale dell’uomo ed il tentativo di riconquistare una dimensione razionale all’interno delle contraddizioni stesse che la vicenda dell’uomo può suggerire.Da qui il temperamento di Umberto Pettinicchio; questo cimentarsi con l’immagine figurale piena di sviluppi nervosi e scattanti; l’impegno nell’ipotesi narrativa ispirata ad un mondo di ‘figure’ che nascono non da fantasmi interiori ma da personaggi veri, analizzati nella fase di impatto con la realtà; questo impulso di connotazione dell’idea attraverso l’ipotetica ‘linea-forza’. Un temperamento, dunque, attento alle ragioni sentimentali che determinano l’angoscia dell’uomo ed il conseguente tentativo di portare quest’uomo fuori dalla gabbia (baconiana) che l’opprime. E ciò senza debolezze, salvo l’ingenuità di un impulso che nel martoriare la materia vorrebbe superare la fase di sedimentazione dell’immagine a vantaggio di una ipotesi intuitiva. Cioé, l’evidente mancanza di fiducia verso gli altri con il risultato dell’esasperazione dei mezzi espressivi quasi a voler dimostrare l’estraneità del personaggio-uomo ai fenomeni che intorno accadono e l’opprimono.
Un modo romantico, dunque, di suggerire la disponibilità all’impegno storico che si traduce in una posizione dialettica nei confronti dei due poli della ricerca: quello gestuale e materico, caro alla poetica informale, e quello della scansione quasi geometrica della superficie. Perché l’immagine che Pettinicchio propone è sempre collocata all’interno di uno spazio perfettibile, con un movimento che dal centro si espende verso l’esterno, per ripiegarsi subito dopo su se stesso, in una condizione meditativa che alla fase di riflessione aspira. La materia, in tal modo, si fa protagonista. Quel graffiare il colore, l’insistere sulle vibrazioni più intime, il drammatizzare la visione sino all’enfasi barocca nel timore che il discorso piano non possa essere sufficiente a documentare la tensione interiore dell’artista.
Il mistero laico della vita si riaffaccia, allora, in un recitativo pieno di rantoli che sembra caratterizzare la posizione di Umberto Pettinicchio nei confronti dell’uomo. L’odio-amore diventa, cioé, aggressione e difesa ad un tempo, nell’impossibilità di trovare altre ipotesi risolutive fuori dalla situazione contingente. La sincerità di una siffatta scelta certamente può giustificare quella verbosità e quella mancanza di contenimento del gesto che potrebbe infastidire gli ammalati di estetismo.